Cari amici,

in questi giorni molti mi hanno scritto per chiedere il mio parere come fratello nella Fede e come medico sull’opportunità o meno di celebrare Messe aperte ai fedeli in questo tempo di coronavirus. Mi permetto quindi di proporvi alcune mie considerazioni.

La priorità della salute fisica delle persone

          Condivido l’opinione del Prof. Don Giovanni Ferretti, filosofo, teologo, già Preside dell’Università di Macerata e ora Rettore della chiesa di San Lorenzo a Torino, nella sua lettera scritta dopo la presa di posizione della CEI: “Quanto al contenuto, mi chiedo: veramente abbiamo come Chiesa italiana un comitato tecnico-scientifico che ci dia valutazioni migliori di quello governativo? E’ nostra competenza una tale valutazione? D’altro lato, siamo veramente in grado oggi di assicurare nelle Messe con il popolo, che non vi sarà pericolo di contagio per i fedeli? Sapremo sanificare bene le chiese come richiesto alle fabbriche e ai negozi, con controlli delle ASL e relative sanzioni? Metteremo alle porte delle chiese il controllo della temperatura della gente, un puntuale conteggio del numero contingentato degli ingressi, lasciando fuori gli altri? Sapremo obbligare la gente a tenere in chiesa le distanze richieste, a portare le mascherine, con un servizio d’ordine che faccia uscire chi non si adegua? E il prete celebrerà con la mascherina e lascerà cadere l’ostia dall’alto sulle mani dei fedeli? Che Messe con il popolo sarebbero mai queste?Una libertà senza responsabilità, lo abbiamo sempre predicato, non è vera libertà. Tanto più quando in gioco c’è la vita delle persone”. A parte il fatto che alcuni Parroci mi scrivono preoccupati dei costi che comporterebbe una vera sanificazione in Chiesa dopo ogni Liturgia: non basta certo passare uno straccetto sui banchi…

            Una soluzione sarebbe la celebrazione di Messe all’aperto. Era il sistema che praticavano i nostri avi. Io fin da bambino vado in vacanza a Ceres, nelle Valli di Lanzo (TO).  Al Pian di Ceres, salendo verso il Santuario di Santa Cristina, c’è la “Cappella della Peste”, in cui sono conservati pregevoli affreschi, opera di Giovanni Oldrado Perini (Perino) della Novalesa: tale Cappella fu costruita in epoca di pestilenza, nel 1575, per assistere alla Messa senza rischio di contagio. Infatti la Cappella si trova in un bosco, lontana dalle baite, è aperta sul davanti ed è capace di contenere soltanto il sacerdote celebrante. I montanari assistevano alla Messa sparsi nei prati, fra gli alberi, per evitare qualsiasi contatto con altre persone. Pare che analoga struttura e funzione avesse anche, sempre a Ceres, la Cappella della Frazione Fè. Ma quanto una tale soluzione sarebbe praticabile oggi?

            Sono ben conscio che l’Eucarestia è “fonte e culmine della vita cristiana” (Lumen gentium, n. 11), e capisco le relative preoccupazioni pastorali, ma resta fermo per me il principio che bisogna salvaguardare la salute fisica dei fedeli, perché è sempre “meglio un asino vivo che un dottore morto”. Guai a pensare che… tanto Dio provvede, come alcuni dicono: mi sembra contraddica il Comandamento del Signore: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Lc 4,12). Se riusciamo a garantire una certa sicurezza contro il coronavirus nelle nostre Liturgie, riprendiamole. Ma credo che talora obbedire agli scienziati sia obbedire a Dio. Come dice il Siracide:

“Onora il medico come si deve secondo il bisogno,

anch’egli è stato creato dal Signore….

Fa’ poi passare il medico – il Signore ha creato anche lui –

non stia lontano da te, poiché ne hai bisogno.

Ci sono casi in cui il successo è nelle loro mani.

Anch’essi pregano il Signore

perché li guidi felicemente ad alleviare la malattia

e a risanarla, perché il malato ritorni alla vita” (Sir 38,1.12-14).

La Presenza reale di Gesù nella Bibbia

            Questi tempi di digiuno eucaristico forzato forse sono pedagogia di Dio per aiutarci a riscoprire la presenza di Gesù in altre forme. La Bibbia non è solo un libro che ci parla di Gesù, che ci racconta la sua vita e il suo messaggio. La Bibbia è Presenza reale di Gesù. Il Concilio Vaticano II ha affermato che “la Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai… di nutrirsi del pane della vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli” (Dei Verbum, n. 21). Dice Girolamo: “Noi mangiamo la carne e il sangue di Cristo nell’Eucarestia, ma anche nella lettura delle Scritture… Io ritengo l’Evangelo corpo di Cristo”; e Ignazio di Antiochia: “Noi dobbiamo accostarci alla Scrittura come alla carne di Cristo”; e Massimo: “Il Verbo per mezzo di ogni parola scritta nella Bibbia diventa carne”; e Cesario d’Arles: “Chi ascolta in modo non attento sarà colpevole quanto colui che avrà lasciato cadere negligentemente per terra il Corpo del Signore”. Per questo i Padri parlano di “spezzare la Parola” così come si spezza il Pane eucaristico. Sia dunque questo un momento di particolare incontro con Gesù, presente nella Scrittura come nell’Eucarestia, attraverso l’ascolto orante della Sua Parola.

            Scrive il monaco camaldolese Matteo Ferrari: “Perché insistere così tanto unicamente sulla Messa trasmessa per televisione? Può certo essere una cosa buona per persone sole o anziane; può essere utile per ascoltare le letture e l’omelia. Ma è una esperienza di comunità vera? Educa di più alla Celebrazione eucaristica vedere un presbitero celebrare da solo, oppure celebrare la Parola, in attesa di poter vivere pienamente l’Eucaristia? Non ci sono anche altri modi per ascoltare la Parola di Dio e per pregare, per vivere la comunione? Non potrebbe essere questo tempo forzato un’occasione per riscoprire che, secondo il dettato del Vaticano II, la Bibbia deve diventare il nutrimento di tutti ed essere in mano a tutti? Le famiglie potrebbero trovarsi insieme quotidianamente, prendere le letture del giorno, leggerle, stare un po’ in silenzio e concludere con un momento di intercessione e di preghiera. Si potrebbe dare alla Liturgia delle Ore il suo ruolo di celebrazione del mistero di Cristo nel ritmo del tempo della giornata, per santificarlo. Cioè per rendere visibile la presenza («il peso») di Dio nella vita quotidiana… L’uomo «non vive solo di pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3). La quarantena del Covid-19 ricorda invece al credente di riscoprire che “preghiera” non è solo Messa, ma che proprio perché la celebrazione eucaristica sia feconda, occorre un ascolto personale delle Scritture e una preghiera non solo comunitaria. Può essere anche il tempo della riscoperta della preghiera in famiglia”.

La Presenza reale di Gesù nei poveri

            Dio ha una grande passione: essere amato nei fratelli. Il prossimo deve essere amato perché qualunque cosa fatta o non fatta a lui è fatta o non fatta a Dio. Questa misteriosa identificazione è proposta con forza come metro nei rapporti sociali: “Chi opprime il povero offende il suo Creatore, chi ha pietà del misero lo onora” (Pr 14,31); “chi deride il povero offende il suo Creatore” (Pr 17,5).

            Nel Nuovo Testamento viene ribadito che il Signore si identifica con l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato, il carcerato: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me…; ogni volta che non avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,31-46); “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Gv 4,20-21). A Saulo che va a perseguitare i cristiani di Damasco, Gesù dice: “Perché mi perseguiti?” (At 9,4), identificandosi personalmente con gli oppressi.

            Dice Clemente Alessandrino (150-215): “Se qualcuno ti appare povero o cencioso o brutto o malato…, non ritrarti indietro…; dentro a questo corpo abitano in segreto il Padre e il Figlio suo che per noi è morto e con noi è risorto”.

            Quando il grande filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) fu in punto di morte – ci racconta la sorella Gilberte nella “Vita di Pascal”-, non potendo comunicarsi, chiese che gli fosse portato innanzi un povero, per venerare in lui Cristo stesso. I poveri sono sacramento di Dio, sono Dio presente nel mondo.

            E in questi tempi Gesù bussa alle porte delle nostre case nelle vesti del disoccupato che non ha più da mangiare, dell’anziano o del malato solo, dei poveri dei paesi di Missione dove il coronavirus non è solo pandemia, ma è vera fame e disperazione…

Riscoprire il Sacerdozio comune dei fedeli

            Spesso ci viene raccomandato di “fare Chiesa” tramite le Liturgie televisive o in streaming. Quale occasione abbiamo perso di evangelizzazione! Spesso abbiamo assistito a Liturgie fredde, ingessate, talora proclamate con canti vetusti e incomprensibili, talora in latino o in greco, che certamente non hanno toccato non solo il cuore dei poveri e degli scartati, ma neanche quello dell’italiano medio, la cosiddetta “casalinga di Voghera”.

            Ho invece sentito esperienze di famiglie che celebrano in casa della paraliturgie, dove la Mamma presiede e recita le parti fisse della Messa, il Papà tiene l’omelia, magari avvalendosi anche… dei miei commenti settimanali, e i figli preparano i canti, con i testi e le basi musicali. Ha scritto su Repubblica Enrico Peyretti, nota figura del cattolicesimo torinese:  “Una soluzione c’è, nell’emergenza. Sì, sì, Governo e Cei hanno le loro posizioni. Ma la messa non è una riunione orale. E’ un pasto, con pane, e anche vino, come Gesù ha detto di fare, per donarci, come ha fatto lui, gli uni agli altri, e al prossimo. E’ possibile questo pasto, in chiesa, distanziati? Con quali controlli? Chi ammettere e chi lasciar fuori? Mangiando il pane e bevendo il vino, in che modo? Adottando le regole che si prevedono per i ristoranti?…. Andiamo!…. Questo, sì, sarebbe poco degno. Una soluzione c’è. L’emergenza è grande. Prima dell’invenzione del clero, “tutti i credenti … nelle case spezzavano il pane” ecc. Si riconosca ad una comunità familiare la possibilità, volendo, di compiere il “fate questo in memoria di me”, come Gesù ha chiesto che facciamo, nella viva memoria di lui. Che sia sacramento o no, non è decisivo: è certamente memoria reale di Gesù presente risorto con il suo Spirito, che ci ha promesso. Non sarebbe rifiuto dei ministeri riconosciuti. Sarebbe una prassi di emergenza, ma tutt’altro che priva di significato buono e santo. Evita la quantità di problemi di sicurezza, molto imbarazzanti, che sarebbero da affrontare con la messa in chiesa. Si avrà il coraggio di andare alla sostanza della fede e della presenza, più che alle forme rituali e alle dottrine?Temo che il sabato vinca ancora sulle persone. Ma bisogna dirlo”.

            Paolo spesso parla di “kat’oìkon ekklesìa”, “Chiesa domestica” (Rm 16,5).  La comunità di Efeso “si riunisce nella casa” (1 Cor 16,19) di due coniugi, Aquila e Priscilla, grandi evangelizzatori e collaboratori di Paolo: trasferitisi a Roma, anche lì la Chiesa si radunerà a casa loro (Rm 16,5-7); la Chiesa asiatica della valle di Lico, forse di Colossi, si riunisce a casa di Filemone (Fm 2), quella di Laodicea a casa di Ninfa (Col 4,15), la famiglia di Stefana è il riferimento della comunità di Corinto (1 Cor 16,15-16).

            Quando vado in Brasile, in villaggi dove il Prete può passare ogni tre o quattro mesi, assisto spesso a paraliturgie presiedute spesso anche da donne, con tanto di paramenti, che proclamano tutti i testi della Messa: certo, alla Comunione distribuiscono le Ostie consacrate dal Prete nel suo ultimo passaggio, magari tanti mesi prima. Ma il clima è festoso, conviviale, e certamente lì Gesù è presente. Non per niente Papa Francesco ha chiesto, nella “Querida Amazzonia”, che il loro ruolo di animatrici di  Comunità venga riconosciuto ufficialmente dai Vescovi: “In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio. È bene ricordare che tali servizi comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del Vescovo. Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile” (n. 103).

            Spesso ci si dimentica che la grande novità di Gesù fu quella di abolire la “casta sacerdotale” dei leviti e la funzione del Tempio. La Chiesa tutta è popolo di sacerdoti. Così Pietro definisce la Chiesa: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2,9). L’espressione “sacerdozio regale” deriva dalla traduzione greca di Es 19,6, che parla di un “regno di sacerdoti”: la versione aramaica, il Targum, interpreta così: “Voi sarete per me re e sacerdoti”.

            Richiamandosi alla lettera agli Ebrei (Eb 2,17; 3,1; 4,14-15; 5,1-10; 6,20; 7,15-28; 8,1; 9,11-12; 10,21), scrive don Andrea Fontana, già Direttore dell’Ufficio Catechistico di Torino e ora del Servizio Diocesano per il Catecumenato: “Gesù è l’unico sacerdote vero della Chiesa davanti a Dio: nelle varie religioni i sacerdoti sono sempre stati visti come una classe particolare di persone, diversi e separati dagli altri; coloro a cui è affidata una competenza nelle cose sacre, gli unici addetti al culto, i soli abilitati ad offrire sacrifici a Dio. Tutto questo propriamente parlando non ha più alcun senso nella religione cristiana. Sacerdote vero davanti a Dio è solo Gesù Cristo. Non ce ne sono altri: né accanto a lui, né sotto di lui. O, se vogliamo, in lui e con lui tutti i battezzati realizzano un nuovo tipo di sacerdozio, in quanto siamo consacrati a servizio di Dio nella testimonianza di tutta la vita, per offrire a lui il sacrificio di noi stessi, quale autentico culto in spirito e verità. E’ vero che noi oggi, quando parliamo di sacerdoti, intendiamo coloro che hanno ricevuto l’ordinazione e tutti sanno che solo i preti possono <<dire Messa>>: è vero, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle parole. In tutto il Nuovo Testamento coloro che noi oggi chiamiamo sacerdoti non vengono chiamati così. Addetti al culto sono tutti i cristiani. Apparteniamo tutti alla tribù di Levi”.

Abbiamo spesso dimenticato questa novità della Chiesa rispetto all’Israele antico: ormai tutti siamo sacerdoti. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha parlato di “sacerdozio comune dei fedeli” (Lumen gentium., nn. 10-11): “Ogni cristiano riceve con il battesimo un’assimilazione a Cristo sacerdote, che lo rende capace di questa funzione” (S. T. Stancati). Si noti che nel Nuovo Testamento mai i pastori della Chiesa vengono chiamati “sacerdoti”. Chi esercita “ministerialmente” il sacerdozio lo fa per conto e nell’ambito di un sacerdozio comune; come dice il Concilio: “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale… sono… ordinati l’uno all’altro. Infatti l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo” (Lumen gentium, n. 10).

“Lo stesso termine greco <<laikós>> è raro e tardivo, assente sia dai LXX che dal Nuovo Testamento: è connesso con <<laós>>, <<popolo>>… Non solo il termine <<laico>> ma l’idea stessa di <<laico>> inteso come <<non chierico>> è in realtà assente dall’intera Scrittura” (L. Mazzinghi).

Afferma Dianich: “Parlare quindi di laici, di laicato e di laicità in riferimento al sacerdozio, se si prende sul serio la dottrina neotestamentaria e quel <<mutamento di legge>> che regola la valutazione delle cose avvenute con Gesù, non significa in realtà far ricadere l’esistenza laicale in una significanza ridotta rispetto a quella primaria, propria del culto e di un sacerdozio che solo ha potere sulle cose sacre, bensì, al contrario, porre l’esistenza laicale con il suo intrinseco carattere sacerdotale, come la base fondamentale della missione stessa della Chiesa”.

Prendere coscienza di questo, non è forse un passo importante verso quella “declericalizzazione” della Chiesa tante volte auspicata da Papa Francesco?

Con tutto ciò, si badi bene, non si vuole certo né misconoscere né sminuire l’Ordine sacro, ma al contrario valorizzarlo all’interno di un laicato consapevole, attivo, responsabile, conscio di aver ricevuto nel Battesimo il dono di essere tutti “Sacerdoti, Profeti, Re” (CCC, nn. 784-786).

Che questo tempo di pandemia sia per tutti un’occasione di avvicinamento al Signore e di riscoperta dei doni con cui sempre, in ogni circostanza, arricchisce la sua Chiesa.

Carlo Miglietta

 

“Noi mangiamo la carne e il sangue di Cristo nell’Eucarestia, ma anche nella lettura delle Scritture… Io ritengo l’Evangelo corpo di Cristo”  (Girolamo)